Si
son dette tante cose, tante se ne diranno ancora, in un brusio assordante di
voci, ma oggi io non ho più voglia di ascoltare niente; nè le canzoni allegre dai
vostri balconi, nè il plauso ai medici, nè i bollettini di guerra, nè il
telegiornale. Ho un macigno sul cuore che non mi fa respirare. Prego un'entità
in cui non credo per tutti i miei colleghi deceduti in questa tragedia senza
fine.
A volte
lo strazio è troppo grande per credere al tanto decantato "nessun uomo è
un'isola". Non oggi almeno, in cui si muore soli, senza un proprio caro
che ti stringe la mano prima di andare. Non oggi, in cui si cerca a tutti i costi un
untore a cui delegare ogni colpa. Io non mi sento parte di una collettività, io
non mi sento parte di niente. Io mi sento solo tanto in colpa nei confronti di
tutti i miei colleghi in prima linea e non riesco proprio a trarre nessuna
conclusione positiva da questa situazione, il senso di tutto mi sta sfuggendo
sempre più lontano, ed è difficile vedere la fine di quest'incubo.