lunedì 2 dicembre 2019

sardine e pesci fuor d'acqua

Questo sabato sono scesa in piazza nella mia Firenze con le "sardine" e, per la prima volta, non mi sono sentita pienamente appagata nel manifestare le mie idee.
L'atto del manifestare è qualcosa che da sempre mi affascina e mi riempie di energie ma al contempo, da brava esponente del pieno individualismo quale sono, mi trova impreparata di fronte al sentimento di gregge che si crea, mi sento impaurita, spersonalizzata e ammaestrata e solo quando riesco a tenere a bada questi sentimenti riesco a percepire la forza dell'unione e a godermi il momento.
Nonostante il mio sentore ambivalente circa la piazza, ho sempre trovato più utile muovere il culo per manifestare il dissenso, la rabbia o qualsiasi fuoco ti spinga ad essere lì, piuttosto che farmi mangiare dalla bile leggendo le notizie (e, negli ultimi anni, ahimè, soprattutto i commenti alle notizie, che decennio squallido) e sabato scorso, inutile dire, i motivi per essere in piazza della Repubblica si sprecavano.
Non so se perchè il passato viene sempre avvolto da quella nube fatata che cancella i contorni negativi, ma nemmeno nei miei momenti di avversione più profonda per il Berlusca penso di aver eguagliato i picchi di disprezzo che mi genera oggi quel fantoccio di Salvini. Non ho intenzione di sperticarmi adesso nei motivi della mia ripugnanza verso quest'individuo perchè credo sia sotto gli occhi di tutti gli esseri umani rimasti tali la ragione per cui faccia schifo e, a coloro i quali sfugge, ho la presunzione di pensare che non valga neanche la pena sprecare il mio tempo per spiegarlo.  Ma al di là di questo, non è certo Salvini in quanto tale il problema, bensì la banalità del male che lui ha sdoganato a terrorizzarmi e scendere in piazza era fondamentale in questo senso, per mettere un argine a questo fiume di odio in libertà.
Tuttavia, nonostante fossimo tutti lì mossi dallo stesso intento, la forza di questo argine non mi è arrivata forte e chiara. E' il segno inesorabile che mi indica ancora una volta che sto invecchiando?
Può darsi. Ma quel vecchio adagio "a vent'anni incendiario a quaranta pompiere" che dovrebbe indicare l'assopirsi di un certo grado di belligeranza per me credo vada interpretato in senso opposto. Ho ben ragione di pensare che maturando io sia diventata ancor più incendiaria di com'ero a sedici anni ed è forse per questo che vedere i miei coetanei ballare Caparezza e cantare Bella ciao con i propri genitori mi ha fatto scendere ancora di più il latte alle ginocchia. Cos'è questo rammollimento generale? Che cazzo cantate Bella Ciao e poi allontanate fischiando il tipo con la bandiera della falce e martello?!
'Eh ma era un movimento apolitico', ma sticazzi aggiungerei, allora non cantate l'inno dei partigiani come se fosse la colonna sonora della Casa di Carta e che porca troia veramente. Basta pacifismo, democrazia girotondi e belle facce. Questa gente (Salvini, Lega, e corollario di analfabeti funzionali che inneggiano al fascimo sentendosi legittimati dal partito di cui sopra) deve avere paura nel dire certe cose. E cosa pensiamo che possa veramente metter loro paura, i cartelloni fatti dai nostri nipoti con la sardina colorata? Dio mio ma che cazzo.
Sì per carità tutto molto bello, tutto molto politically correct, noi non siamo "contro" salvini, ma siamo "a favore" dell'uguaglianza ma a chi pensiamo di arrivare così? E' il nostro pensiero che ci ribadiamo fra di noi, e ci fa piacere essere contornati da gente che la pensa come noi, va bene, ma poi? Ribadisco, meglio questo che nulla, ovviamente, ma credo che il messaggio rimanga confinato lì.
La piazza per mettere paura deve creare disagio, disordine, deve farsi sentire in modo molto più forte di questo anche perchè, parliamoci chiaro, possiamo forse mettere paura a Salvini e seguaci votando? Non credo proprio dal momento che, guarda caso, in uno scenario attuale in cui ogni momento sarebbe quello giusto affinchè la sinistra prendesse la palla al balzo per fare la cazzo di sinistra, tutto tace ed è mai possibile che io, nel momento più vicino al fascismo di sempre non riesca ad avere un esponente politico che sia UNO, che mi rapprensenti e dica qualcosa di sensato?!? E io, che sono la persona più lontana dal complottismo, sono arrivata anche a pensare che se nessuno della sinistra mette un freno a quest'ondata di neofascimo è perchè vi sia tutto l'interesse affinchè questa ondata prosegua (ma qui credo di star vaneggiando, spero).
Nel più vibrante anti-umanismo che mi abbia mai pervaso da quando sono nata, credo che ad oggi  sia fondamentale ridare valore al voto, ma nel senso che bisogna istituire un patentino di voto, qualcosa che sancisca che il mio voto  e quello dell'analfabeta funzionale che crede che la terra sia piatta e i morti nel mediterraneo se la siano cercata non valgano allo stesso modo, anzi, esagero, che questi ultimi siano proprio interdetti dal voto. Non ne faccio una questione di scolarizzazione o titolo di studio, ci mancherebbe. Vorrei solo istituire un breve esame di storia italiana, storia della Costituzione italiana, logica e cultura generale, e solo dopo si entra in cabina. E questo perché l'ultima generazione che può raccontare davvero cosa siano stati fascismo e nazismo sta morendo, e noi dobbiamo onorarne la memoria, non dobbiamo lasciare che l'olocausto diventi motivo di scherno tra le chat dei tredicenni. La memoria dell'orrore, di ciò che è stato non può essere perduta, la storia non deve ripetersi e io sento che siamo a tanto così dal lasciare andare tutto.
Forse in fin dei conti non mi sono allontanata troppo da quello che pensavo dieci anni fa. La gente fa schifo, la democrazia è sopravvalutata, ci vorrebbe un'oligarchia illuminata in cui solo chi ha competenze parla. Ecco perchè forse, in mezzo alle sardine, mi sono sentita un po' pesce fuor d'acqua, nonostante tutto. Perchè lì in mezzo c'era ancora chi credeva fermamente nel valore della rappresentanza popolare. Ma se partiamo dal presupposto che la rappresentanza popolare ad oggi grida "porti chiusi", siamo ancora così convinti che dare voce a tutti sia corretto? Io non lo so, ma ritengo che ancora una volta, il paradosso della tolleranza di Popper sia l'unica chiave per frenare questa deriva autoriaria. Basta essere così tolleranti verso chi promuove l'odio, queste persone vanno silenziate, senza se e senza ma.

lunedì 4 novembre 2019

unintended -per davvero-


Non mi ero mai effettivamente soffermata sul testo di questa canzone, nonostante mi piaccia molto, e forse avrei fatto meglio a non farlo mai continuando a cantarla così, un po' alla cazzo, invece ho scoperto che dietro quella che credevo una dichiarazione di amore fatta a modino si cela un retrogusto di urticanti paragoni con la ex, la cattivona che gli ha spezzato il cuore, mentre lei, l'oggetto della dedica, lei sì che può essere l'amore della sua vita ma spetta n po' però, mica adesso, adesso lui deve anna' a raccata' i cocci del suo cuore rotto (non so perchè ma la critica suonava meglio in romanesco).

Ah Matthew, a bello de zia, ma che davero? Ma che davero mi fai la dedica alla tipa citando quella che prima di lei ti ha fatto soffrire?! Eddai su, non ci siamo.

martedì 22 ottobre 2019

dai venti ai trenta

Cosa cambia nel passaggio venti-trent'anni? O meglio, cosa è cambiato per me in questo passaggio? La prima volta che ho posto questa domanda ad una persona a me estremamente cara, mi è stata data la risposta che poi ho fatto mia: è cambiato il mio modo di pensare il futuro.

Se si ha la fortuna di vivere i vent'anni come è stato concesso a me, con un obiettivo grande ma con buona dose di spensieratezza, senza grossi problemi di alcuna sorta, il futuro lo si può immaginare come una distesa sterminata di possibilità e occasioni da cogliere tutte, in maniera più o meno caotica. Adesso invece, per me, il sinonimo di futuro è scelta, e qualsiasi essa sia, la conseguenza è abbandonare qualcosa per strada. Non posso più intraprendere mille cose, non ho più la grazia di poter dire provo tutto e poi vedo. Adesso è il momento del poi vedo. E le scelte, porca miseria, in quest'ottica talvolta -se non sempre- mi appaiono come rinunce.

La mia personale risposta alla domanda su cosa penso sia cambiato maggiormente nei miei trent'anni, quel giorno che interpellai il mio amico saggio, è stata che non amo più come prima le persone. Per dirla tutta, ultimamente il genere umano mi fa proprio schifo. Non mi entusiasmo più nel parlare con gli altri. O meglio, capita così di rado di incontrare qualcuno che mi affascini, che il più delle volte mi sembra di vivere come un eremita, pur di non dover ascoltare le stronzate della gente. Credo di aver creato un mio microcosmo in cui condurre la mia esistenza, come dentro una bolla, per proteggermi dalla mia stessa empatia verso il prossimo, da cui ad oggi se mi lascio prendere la mano mi sembra solo di essere trascinata verso il basso.

In ultimo, se c'è una cosa che invidio tantissimo alla me ventenne, è fondamentalmente la capacità di entusiasmarsi per ogni nuova acquisizione. Il fatto di avere uno sterminato universo di canzoni da ascoltare, libri da leggere, persone cui ispirarsi portava con sè anche un incredibile gioia nella scoperta. Con questo non voglio certo dire che abbia esaurito gli spunti di crescita, anzi, ma non riesco più a viverli, forse, con lo slancio di una volta. Questo anche perchè ad oggi ciò che richiedo da me stessa è l'eccellenza e non più il buono. Vorrei poter aprire bocca solo per riflessioni più strutturate, più rifinite, meno egocentriche. E spesso mi assale la frustrazione per non riuscire ad alzare l'asticella dei miei pensieri, e non riuscire a trasporre le mie sensazioni dal personale al generale.


sabato 4 maggio 2019

l'ultima goccia sul pavimento

Questo non è un semplice lavoro.
Fare il medico ti pone ogni santo giorno di fronte alla malattia, al dolore, alla propria sofferenza, alla sofferenza altrettanto grave di chi sta accanto, e in ultimo, alla morte.
Per quanto si possa porre rimedio al dolore, lenire le sofferenze, allungare la vita o posticipare la morte, questa arriva sempre, sconvolgendo le vite di tutti.
Arriva per i vecchi. Arriva per i bambini.
Per gli estranei, per i familiari.
Per i giusti, per gli stronzi.
Per gli altri, e per te.

La mia morte ha smesso da tempo di farmi paura.
Mi fa paura la sofferenza che può generare negli altri.

Ma più di ogni cosa mi fa paura rendermi conto che ad un certo punto tutto smetterà di essere reale.

Tutto smetterà di essere utile, importante. Tutto smetterà di avere un fine.
La vita che abbiamo condiviso, gli affanni quotidiani, le piccole e grandi gioie, ad un certo punto rimaranno solo nel pensiero di chi resta.

Dove vanno gli altri, quelli che sono passati dall'altra parte del muro?

Bisogna davvero avere paura della morte se tocca a tutti?
Bisogna davvero sconvolgersi così tanto ogni volta che muore qualcuno pur sapendo benissimo che questo è il destino che accomuna ognuno di noi?

Perchè ci sgomenta così tanto?

Io non lo so. Ma so che quando accade, qualcosa mi cambia dentro. Tutte le storie di cui sono venuta a conoscenza in questi anni. Non ce n'è una che non mi abba scalfito dentro.
E ogni volta penso a quanto sia labile la vita. A quanto stupidi siano gli ostacoli di tutti i giorni per noi che conduciamo un'esistenza "privilegiata".

Tutto il mio mondo di punto in bianco si relativizza. Tutte le volte, e tutte le volte poi torna coma prima, a intossicarsi per le gelosie, per il letto non fatto, per le gocce sul pavimento, per il lavoro che mi stanca, per le persone che mi stanno sulle palle, per le bollette, i soldi che vanno e raramente vengono.

E poi un aneurisma che si rompe.
E tutto finisce.
Senza che tu possa aver asciugato quell'ultima goccia sul pavimento.
Senza che tu abbia detto addio ai tuoi cari.

Tutto diventa buio.
E poi chissà che succede.


Mentre noi torniamo a chiederci se domani pioverà o se quelle scarpe costeranno meno ai saldi.